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Marzo 21, 2024Nello scorso mese di ottobre lo scrittore e divulgatore Daniele Zovi ha visitato il nostro Bosco. Parlare con lui, passeggiando sotto gli alberi, è stata un’esperienza unica ed emozionante. Dopo la visita ha scritto, per la rivista del CAI, il bellissimo articolo che potete leggere qui di seguito. Grazie, Daniele! Il Bosco Pantano di Policoro in Basilicata “Il crepuscolo regna sovrano in questo dedalo di alberi alti e decidui. Policoro ha la bellezza aggrovigliata di una palude tropicale”. Di Norman Douglas avevo letto alcune descrizioni dei boschi della Sila, poi quest’anno a Policoro, non molto lontano da Matera, mi hanno fatto conoscere alcune pagine dello stesso autore dedicate al Bosco Pantano. Lui, con il suo Old Calabria e altri viaggiatori inglesi e tedeschi hanno descritto con toni vivacissimi e sorpresi l’Italia meridionale dell’inizio del secolo scorso: un mondo arcaico dove poco lontano dai paesi si incontrano “labirinti verdeggianti dove si può immaginare di essere in qualche primitiva regione del globo terrestre dove mai piede umano è penetrato”. Il Bosco Pantano c’è ancora, l’ho percorso in ottobre in lungo e in largo accompagnato da Antonio De Donato, un giovane naturalista e da Nicola Vallinoto, esperto di agricoltura, che mi hanno fatto cogliere ancora una volta il fascino dei boschi planiziali, cioè di quelle poche foreste di pianura scampate alle bonifiche dell’ultimo millennio. Sono formazioni rare perché da un paio di millenni l’uomo ha proceduto alla bonifica dei terreni paludosi e all’occupazione delle pianure costruendo le città più importanti e sviluppando l’agricoltura. Tutto questo a scapito del bosco. Queste aree in genere sono caratterizzate dalla presenza abbondante delle acque di fiumi e paludi, grazie alla quali costituiscono scrigni di vita lussureggiante, tesori naturalistici. Una di queste ricchezze qui a Policoro è forse quella che si vede meno: uno studio pubblicato nel 1986, riguardante solo i coleotteri, ha elencato 1823 specie, circa il 20% di quelli presenti in Italia, tra i quali la rara Rosalia alpina. Fino ai primi anni del secolo scorso la foresta occupava una superficie di 1600 ettari di bosco vero e proprio e 110 ettari di stagni che si sviluppavano fra il fiume Sinni e il fiume Agri. Come latifondo ha cambiato proprietari nel corso dei secoli: prima i Gesuiti, poi i principi Serra di Gerace e, infine la famiglia Berlingieri di Crotone. Il barone Giulio Berlingieri in qualche modo l’ha salvata dalla fine che hanno fatto altre foreste simili a questa, scomparse a seguito di bonifica. È successo non per una, se così si può dire, particolare sensibilità ambientale, ma perché il barone voleva avere un posto tutto suo per andare a caccia e portarci i suoi amici. Non è certo il primo bosco che si salva per questo motivo; solo per citare due esempi lo stesso hanno fatto i Savoia con San Rossore in Toscana o, lassù tra Polonia e Bielorussia, il generale nazista Hermann Göring con Bialowieza, un’antica foresta vergine dove ancora vivono i bisonti. Con la riforma agraria del secolo scorso il Bosco Pantano è diventato di proprietà pubblica e una sessantina di anni fa, prima di venire sottoposto alla giusta protezione che merita, il bosco è stato percorso da tagli pesanti per ricavarne legname da opera: l’ontano venne impiegato a Bari nella costruzione di cofani funebri, l’olmo fu utilizzato nell’industria navale e il frassino per le rifiniture della Giardinetta prodotta dalla FIAT. Ebbene sì, alcune auto venivano costruite in parte con il legno. Ora è una Riserva Regionale Naturale Orientata, la caccia è vietata e si può visitare in santa pace. È quello che ho fatto e camminando lungo comodi sentieri ho attraversato molti dei 19 tipi di habitat che lo compongono, accompagnato dalle mie due guide, che ogni tanto interrogavo per sapere il nome di qualche pianta o per interpretare tracce misteriose. Così ho scoperto come scava l’istrice per raggiungere le radici di piante che più gli piacciono o come ama passeggiare la lontra per uscire dal fiume e raggiungere il mare. Abbiamo camminato a lungo tra il lentisco, il mirto, la fillirea e l’alloro che sprigionavano quel cocktail di odori tipico della macchia mediterranea, per finire in una radura dove svetta superba una farnia di un paio di secoli, sfuggita alla brama dell’uomo e che ora ha l’arduo compito di ripopolare la foresta. Dall’intrico verde svettavano pioppi, ontani, olmi, carpini, aceri campestri e frassini. Questi ultimi talvolta appaiono seccaginosi, soffrono l’abbassamento della falda che stentano a raggiungere con le radici. A breve, così mi ha assicurato il sindaco di Policoro, si partirà con un progetto per rimpinguare d’acqua quei terreni troppo prosciugati, utilizzando quella del canale scolmatore che la porta al mare. Durante la camminata si sono levati in volo aironi, garzette, uno sparviero e, indispettite, un paio di ghiandaie che aiuteranno la farnia nella distribuzione delle ghiande per la futura foresta. Abbiamo attraversato un tunnel vegetale fatto di cannucce di palude per arrivare in un altro ambiente dove la sabbia e le dune sono coperte di giglio di mare, sparto, lentisco, rosmarino e la pianta che più mi affascina in questi habitat, il ginepro che per secoli resiste ai venti marini e resta abbarbicato a terreni ingrati. E poi il mare, dove attraccarono le navi dei fondatori di Policoro provenienti dalla Grecia e ora passeggiano i lupi, erano loro le tracce rettilinee, e le lontre, incerte tra l’acqua dolce e quella salata. Daniele Zovi Nicola Vallinoto, Antonio De Donato e Daniele Zovi sotto la farnia [...] Continua a leggere…
Marzo 14, 2024Venerdì 8 marzo nella sala consiliare del Comune di Policoro si è tenuto il secondo tavolo tecnico sulla Riserva Naturale Regionale Bosco Pantano di Policoro. Erano presenti le associazioni che si interessano dell’area (Cova Contro, Legambiente Montalbano e WWF Policoro), la Regione Basilicata, la Provincia di Matera, il Comune di Policoro, il Consorzio di bonifica della Basilicata e l’Università della Basilicata. In questi giorni vari articoli, pubblicati su quotidiani locali, hanno riportato la notizia tralasciando, però, alcuni punti fondamentali che sono stati trattati nel corso dell’incontro. Il Sindaco del Comune di Policoro, in apertura, ha elencato una serie di criticità che insistono sull’area chiedendo ai partecipanti di esprimersi in merito: lo squilibrio idrologico dell’area, l’assenza di sorveglianza, la mancanza di nome regolatorie per la gestione dei canali, il rischio incendi, un generale stato di abbandono dell’area e la mancanza di coordinamento fra gli Enti competenti nella Riserva. La Provincia di Matera, gestore della Riserva, dovrebbe convocare periodicamente, come da Regolamento (art.3 comma 4) “i rappresentanti dei Comuni della Riserva … per la elaborazione del programma gestionale annuale e la verifica degli obiettivi raggiunti“. Con la convocazione di questi incontri, quindi, il Comune di Policoro sopperisce ad una grave mancanza, perpetrata per anni, da parte della Provincia. L’Unibas e il WWF hanno chiaramente esposto la necessità e l’urgenza di un apporto idrico per cercare di ripristinare, almeno in parte, le condizioni idrologiche originarie. A questo proposito la Regione Basilicata ha dichiarato la disponibilità di un totale di 750 000 euro (afferenti ai fondi POC) che potranno essere impiegati nella ricostituzione delle aree umide e nel loro ripristino ecologico Le criticità elencate in apertura, sono state riprese ed approfondite da Cova Contro. La pesca di frodo e il bracconaggio, l’accensione di fuochi ai confini e all’interno della Riserva, le modalità di intervento nella gestione dei canali, l’abbandono di rifiuti e le discariche abusive, l’assenza di lucchetti a chiusura dei cancelli, l’accesso incontrollato all’area e il pascolo abusivo sono segni tangibili che dimostrano una totale assenza di sorveglianza. Le proposte per la soluzione di queste problematiche sono state numerose: l’installazione di videocamere e termocamere, il telerilevamento e il monitoraggio satellitare, l’abilitazione di alcuni volontari al controllo dell’area … ma per il momento nessun impegno preciso è stato assunto. Il Consorzio di Bonifica, a 30 anni dall’entrata in vigore delle direttive europee e a 25 anni dall’istituzione delle Riserva, si è impegnato ad adottare e ad approvare le linee guida per la manutenzione dei canali. L’impegno di tutti è stato quello di rivedersi fra tre mesi per un aggiornamento. Le criticità segnalate interessano l’area del Bosco Pantano da decenni e da altrettanto tempo vengono denunciate. La speranza è che le istituzioni e gli enti interessati, avvalendosi del supporto delle associazioni e dei volontari che hanno a cuore il Bosco, si impegnino nella risoluzione di queste problematiche in modo definitivo e manifestino un interesse costante per quest’area protetta. fonte della foto: Facebook [...] Continua a leggere…
Febbraio 4, 2024Lungo la costa del Bosco Pantano vive il più piccolo limicolo nidificante in Italia, il fratino. Il suo nome scientifico è Charadrius alexandrinus e, insieme al corriere, al piviere e alla pavoncella, appartiene alla famiglia Charadriidae. Tanto il nome del genere quanto quello della famiglia derivano dal Caradrio, un uccello bianco che, secondo un’antica leggenda, viveva nei giardini reali ed era simbolo di purezza e guarigione. Il fratino è lungo 15-17 centimetri, ha un’apertura alare di 40-45 centimetri e può raggiungere un peso massimo di 50 grammi. Le parti superiori del corpo sono marroni, quelle inferiori sono chiare. Il becco è nero e corto, la testa è rotonda e le zampe sono lunghe e scure. In volo è facilmente distinguibile una banda chiara che corre lungo le ali. Il nido, costituito da una piccola buca foderata con gusci di molluschi bivalvi o sassolini raccolti sulla spiaggia, è difeso dal fratino anche in maniera aggressiva. Quando nidifica, infatti, questa specie sviluppa un comportamento territoriale. Depone, fra metà marzo e agosto, da una a tre uova di colore marrone chiaro e con delle evidenti chiazze nere. La schiusa avviene dopo una incubazione che dura poco meno di trenta giorni e i piccoli già dopo 24-36 ore abbandonano il nido e sono in grado di seguire i genitori. Il periodo riproduttivo è il più delicato e il rischio di perdere la nidiata è elevato; tuttavia se la prima riproduzione è portata a buon fine ne può seguire una seconda. Questo uccello può fondare delle piccole colonie o tentare la riproduzione anche solo con una coppia. Si nutre di piccoli invertebrati che caccia nel limo e lungo la battigia. Questa specie è inserita negli allegati I della Direttiva 2009/147/CE (Direttiva Uccelli)e della Legge 157/92 oltre che negli allegati II della Convenzione di Berna e della Convenzione di Bonn; risulta quindi particolarmente protetta. La popolazione italiana, tuttavia, pur ricoprendo un ruolo di importanza fondamentale per tutto il continente europeo, si trova in un cattivo stato di conservazione. Le coppie presenti nella nostra nazione sono meno di 1000 e sono in declino! In Basilicata nel 2018 sono state censite solamente fra le 11 e le 20 coppie. Il CNCF (Comitato Nazionale Conservazione Fratino) e la Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) hanno identificato numerose minacce che attentano alla sopravvivenza di questa magnifica specie. Molte di queste, purtroppo, sono riscontrabili anche nell’area della Riserva Bosco Pantano di Policoro. Le opere di bonifica, la diminuzione dell’apporto idrico e l’urbanizzazione hanno causato un forte degrado ed una perdita degli habitat costieri. Il libero e irregolare accesso di veicoli a motore sulle spiagge della Riserva, oltre a rappresentare un elevato fattore di rischio per il fratino, è un evidente pericolo anche per il mantenimento delle dune e della vegetazione ad esse connessa. Cani padronali lasciati liberi o cani randagi (presenti puntualmente nelle vicinanze della spiaggia della Riserva) possono facilmente predare sia i piccoli che gli adulti o comunque danneggiare il nido. La presenza di rifiuti può limitare le aree disponibili per la nidificazione o, come ad esempio per le reti abbandonate, può causare la morte anche di diversi individui. Un eccessivo turismo balneare rientra tra i maggiori fattori di disturbo che, in alcuni casi, può causare anche l’abbandono del nido e la conseguente perdita della nidiata. La pulizia meccanica delle spiagge e la vandalizzazione dei nidi sono le cause principali di distruzione di questi ultimi. Individuo morto rinvenuto sulla spiaggia della Riserva Passaggio veicoli a motore fin sulla battigia I rifiuti possono compromettere la sopravvivenza del fratino La tutela dei siti riproduttivi, il recupero ecologico dei litorali, una minore pressione antropica ed una maggiore sensibilizzazione sono tra i principali obiettivi da prefiggersi per migliorare il precario stato di conservazione del fratino. Se si ha l’occasione di avvistarlo, è bene limitarsi ad osservarlo a distanza senza arrecare troppo disturbo. Individualmente ognuno di noi può contribuire al mantenimento della specie seguendo la normativa della Riserva e adottando un comportamento rispettoso verso il Bosco e le specie che lo popolano. [...] Continua a leggere…
Dicembre 16, 2023L’istrice Per chi frequenta il Bosco abitualmente la presenza di aculei bianchi e neri, più o meno lunghi, non è una novità. A volte, però, può risultare difficile associare al proprietario degli aculei le orme o altri suoi segni di presenza. Coppia di istrici all’imbrunire L’istrice, Hystrix cristata, è uno dei roditori più grandi presenti in Italia. Il suo nome deriva dal greco e significa “pelo in alto”, un chiaro riferimento alla peculiarità di questo animale. Nel complesso dà l’impressione di un animale tozzo e robusto. Le zampe sono corte, muscolose e larghe con cinque dita, l’alluce è più sviluppato nei piedi posteriori e rudimentale negli anteriori. La testa è leggermente allungata, gli occhi sono ben visibili, a differenza delle orecchie (molto simile alle nostre) immerse nelle setole. Le setole sono scure e, sopra il collo, si allungano andando a formare una cresta che conferisce il nome alla specie. Nella sottospecie presente in Italia (H. c. cristata) manca il collare bianco delle specie africane. L’estensione e l’intensità del colore del collarino, quando è presente, sono legati all’età dell’animale. Un pelo vero e proprio è visibile solo sopra l’attaccatura della coda e sul muso. Lunghe vibrisse si dipartono dall’area nasale. Gli aculei, neri con bande bianche, si trovano sul dorso, sui fianchi e sulla coda. La loro lunghezza varia dai 3 ai 30 cm, quelli più lunghi si sviluppano nella parte centrale del dorso, quelli più corti, invece, sulla coda. Questi ultimi sono cavi all’interno e producono un suono caratteristico (una sorta di crepitio) quando l’istrice, a scopo difensivo o comunicativo, li scuote. Gli aculei sono dei grossi peli modificati. Come i nostri peli, sono formati da filamenti di cheratina e possono essere eretti se l’animale si sente minacciato. Quindi, quella degli aculei “sparati” a distanza dall’istrice è solo una leggenda; più verosimilmente si staccano e rimangono conficcati nelle carni del predatore durante una lotta. Il peso è compreso fra i 10 e i 15 chilogrammi e la femmina è poco più grande e pesante del maschio. Udito e olfatto sono molto sviluppati, la vista è pessima. Può compiere delle “migrazioni stagionali” da un territorio ad un altro vicino in cerca di cibo o di un territorio più ospitale. Aculei di istrice Impronta di istrice Fatta di istrice Come in tutti i roditori l’istrice presenta incisivi molto sviluppati, quelli superiori più corti e robusti rispetto a quelli inferiori. La sua dieta è vegetariana ed è costituita soprattutto dalle parti ipogee delle piante, come bulbi e rizomi, che l’animale raggiunge scavando delle buche nel terreno. Di essa fanno parte anche semi, bacche, la corteccia di alcuni alberi come il frassino. Aglio selvatico, ciclamino europeo, asparago comune sono tra le specie spontanee più comunemente consumate; mais, patata e barbabietola fra quelle coltivate. Se l’istrice ha bisogno di un maggiore apporto di calcio o sente il bisogno di levigare gli incisivi, rosicchia anche ossa di altri animali che rinviene in giro. Le sue ottime abilità di scavatore sono utilizzate anche nella costruzione della tana, per la quale predilige terreni compatti, acclivi e coperti dalla vegetazione. Può utilizzare i rifugi scavati dal tasso con il quale riesce anche a condividere la stessa tana. La struttura, in base al numero di individui e alla disponibilità alimentare, può variare da un ingresso e un antro sotterraneo, fino a sette ingressi con tre antri sotterranei e numerose gallerie. Con il susseguirsi delle stagioni e delle temperature l’istrice può cambiare anche l’utilizzo delle gallerie in base all’esposizione solare. Ingresso di una vecchia tana Scavo e impronta di istrice Segni degli incisivi L’istrice è monogamo e forma delle coppie stabili che durano tutta la vita. E’ abbastanza longevo, alcuni individui in cattività hanno superato i 20 anni anche se, in natura, la vita media potrebbe anche dimezzarsi. Si può riprodurre in qualsiasi stagione, ma non più di due volte l’anno. La riproduzione è preceduta dal grooming (pulizia del pelo usata anche per rinsaldare i legami affettivi) e altri comportamenti come lo strofinio della testa del maschio sulla parte laterale degli aculei della femmina. L’accoppiamento avviene quando la femmina, dopo aver inclinato il bacino verso l’alto, solleva la coda sul dorso. Può dare alla luce uno o due piccoli che compongono, con la madre e il padre, il nucleo familiare nel quale rimangono fino all’età di 6-8 mesi. A 9 mesi e con un peso di 8-9 chilogrammi, raggiungono la maturità sessuale. Sia gli adulti che i piccoli dimostrano comportamenti giocosi come corse rettilinee o circolari, bruscamente interrotte, salti e torsioni. L’istrice è un animale notturno ed è quindi difficile riuscire ad avvistarlo nelle ore di luce, ma, oltre alle orme e agli aculei, le sue fatte (le feci), facilmente riconoscibili, possono fornirci informazioni sulla sua presenza. Esse, infatti, posseggono una forma di oliva allungata e sono disposte generalmente in gruppetti lungo i suoi percorsi abituali. L’istrice può essere predato dal lupo e, occasionalmente, dalla volpe o da cani randagi o inselvatichiti. Nella maggior parte dei casi sono predati i giovani in quanto più vulnerabili e, soprattutto, con aculei ancora morbidi. Fossili di Hystrix refossa sono stati ritrovati in Italia (Puglia, Lazio e Toscana) e, datati 1.5-2 milioni di anni fa, risalgono all’epoca del Pleistocene inferiore. Questa specie estinta raggiungeva anche i 25 chili di peso. Una seconda specie pleistocenica (H. vinogradovi) è stata ritrovata anche in Piemonte e Veneto. I resti ossei di Hystrix cristata più antichi, rinvenuti a San Giovanni di Ruoti in Basilicata e a Roma, risalgono al VI-VIII secolo d.C.. La presenza dell’istrice in Italia sembra essere legata ad introduzioni a scopo alimentare o venatorio effettuate dai Romani, per questo motivo il suo status di specie autoctona è spesso oggetto di discussione. Questa specie è protetta dalla legge 157/92, è inserita tra quelle di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa nella Direttiva Habitat e rientra nella fauna rigorosamente protetta dalla Convenzione di Berna. Nonostante questo, viene illegalmente uccisa dai bracconieri per la carne o a causa dei danni che può produrre alle colture. Una delle pratiche più utilizzate per la sua cattura è quella dei lacci, generalmente posti ai limiti della proprietà. Questa pratica, già di per sè illegale, causa una morte lenta e dolorosa all’animale e può divenire una trappola mortale per qualsiasi altra specie. Un’altra pratica crudele, seppure utilizzata maggiormente nei confronti della volpe, è la “caccia in tana”: cani addestrati entrano nelle tane con lo scopo di far uscire la volpe o l’istrice che, una volta fuori, si troverà di fronte la canna di un fucile. Spesso le madri, per difendere i piccoli, lottano con i cani e finiscono per essere sbranate. Con l’istrice questa pratica può assumere una crudeltà ancora maggiore. Per evitare che i cani rimangano feriti dagli aculei, vengono allargati gli ingressi con delle pale e, calandosi all’interno, si raggiunge l’animale che viene poi ucciso con la stessa pala. Sembrerebbe che crolli accidentali possano aver causato anche la morte del bracconiere. Insieme al bracconaggio, gli elevati investimenti stradali rientrano tra le principali cause di mortalità. L’istrice rimane una specie molto affascinante, benché spesso ignorata e sottovalutata. Istrice in atteggiamento di allerta [...] Continua a leggere…
Dicembre 7, 2023Se l’autunno è la stagione del foliage che colora gli alberi di arancio, l’estate rappresenta il trionfo degli insetti. Lo stesso arancio autunnale delle foglie è visibile sulle ali di una farfalla nelle giornate più calde: quelle della Monarca Africana. La Monarca africana è un lepidottero, il suo nome scientifico è Danaus chrysippus e possiede un’apertura alare di 7-8 centimetri. Il colore dominante delle ali è, appunto, l’arancione, ma non è l’unico: il margine e le punte delle anteriori, infatti, sono neri con delle macchie bianche. Anche il corpo possiede lo stesso pattern di questi due colori. Le antenne e le zampe, invece, sono completamente nere. E’ originaria dell’Africa subtropicale e, come la congenerica Monarca americana, è una farfalla migratrice. Compie le sue migrazioni verso nord generalmente nella tarda estate, ma le rotte sono notevolmente cambiate nel corso degli ultimi decenni. Se fino alla fine del secolo scorso il suo limite settentrionale era la fascia a sud del Sahara, con l’aumento delle temperature ha iniziato ad attraversare il Mediterraneo, sospinta dallo scirocco, e a spingersi fin sulle nostre coste. Le uova vengono deposte sulla pagina inferiore delle foglie della pianta nutrice. Il primo pasto della larva è l’uovo dal quale si è sviluppata, poi ritaglia con le mandibole un cerchio di foglia attorno a sè e di essa si nutre. Il bruco della monarca africana è bianco con striscie nere, grosse macchie gialle e piccole macchie rosse. Possiede anche tre paia di particolari estroflessioni che sembrano delle lunghe corna. I colori accesi, nello stadio larvale come in quello adulto, sono un esempio di aposematismo. L’insetto, tramite questi colori, informa il potenziale predatore che non sarà una preda a lui gradita. I bruchi, infatti, si nutrono di specie vegetali (appartenenti principalmente alla famiglia delle Asclepiadaceae, Euphorbiaceae e altre) che contengono alcaloidi tossici. Questi composti passando dalla pianta al bruco possono causare al predatore sintomi come nausea o vomito. Una volta accostati quei colori ai sintomi, il predatore toglierà di certo dal propio menù la monarca. E’ lo stesso stratagemma messo in atto dalle api e dalle vespe. Dopo aver formato la crisalide la monarca completerà la metamorfosi dispiegando le ali arancioni al sole e volando in cerca di nettare. Altre foto della di questa splendida specie nel blog di Antonio Iannibelli. [...] Continua a leggere…
Dicembre 7, 2023Sul finire della primavera e con l’arrivo delle prime giornate calde d’estate, il colore dominante del bosco è oramai il verde della clorofilla. Al termine del riposo vegetativo dalle piccole gemme sui rami del frassino, dell’ontano, dell’olmo e della farnia, si sono sviluppate delle foglie che hanno nuovamente riempito la chioma e riportato alla loro maestosità gli alberi. In mezzo a questa esplosione di verde, però, a volte, è possibile notare piccole macchie in movimento, di un colore poco comune in natura: l’azzurro. Si tratta della Rosalia alpina. La Rosalia alpina è un coleottero e appartiene alla famiglia dei Cerambicidi (o, più impropriamente, longicorni per via delle loro lunghe antenne) e la lunghezza del corpo oscilla fra i 2 e i 4 centimetri circa. I segmenti azzurri delle antenne (detti articoli), terminano con dei ciuffi di peli neri creando un’alternanza di questi due colori. La stessa alternanza è riscontrabile in tutto il corpo. Le elitre (il secondo paio di ali sclerificate a protezione delle prime) sono azzurre con delle macchie nere, caratteristiche per ogni individuo. E’ una specie presente nelle faggete e a quote più elevate (dai 600 ai 1600 m di altitudine), ma è presente anche nel Bosco Pantano, in memoria della vastità dell’area che esso un tempo occupava. Agli albori dell’estate inizia la fase riproduttiva: i maschi, con delle vere e proprie dispute, si contendono l’accoppiamento con le femmine. Avvenuto l’accoppiamento, la femmina va in cerca di fessure nella corteccia degli alberi (preferibilmente marcescenti) dove può depositare le minuscole uova di forma ellissoidale o fusiforme, dalle quali si svilupperanno le larve. Queste ultime sono xilofaghe, ovvero si nutrono di zuccheri, amido e cellulosa presenti nel legno, scavando delle gallerie. Svolgono quindi un ruolo importantissimo nel riciclo della materia organica. La larva ha una forma cilindrica, tozza e molle, ad eccezione del capo. La maggior parte del ciclo vitale è occupato dallo stadio larvale che termina dopo 3 o 4 anni, caratteristica comune dei coleotteri. La metamorfosi ha fine con la formazione della pupa e il raggiungimento dello stadio adulto (chiamato anche immagine), pronto per la riproduzione. Gallerie scavate nel legno La Rosalia alpina è piuttosto rara. I tagli degli alberi o la rimozione del legno marcescente, necessari al suo ciclo vitale, la riduzione degli habitat ideali e la sua cattura a scopo collezionistico sono i principali fattori di rischio. Per questo la I.U.C.N. (Unione Nazionale per la Conservazione della Natura) le conferisce lo status di specie minacciata e vulnerabile e la Direttiva Habitat la inserisce tra le specie di interesse comunitario. E’, quindi, una specie particolarmente protetta. Se si ha la fortuna, durante una passeggiata, di incontrare il più elegante tra i coleotteri, limitiamoci ad osservarlo e ad apprezzarne la sua bellezza all’interno del bosco. Rosalia alpina predata da un ragno granchio [...] Continua a leggere…
Dicembre 4, 2023Lo scorrere lento e continuo dell’acqua nel canale viene interrotto dal movimento di una sagoma. Quasi senza emettere alcun rumore si tuffa sott’acqua e dopo pochi secondi riemerge. Il suo profilo piatto e lungo affiora appena e fende l’acqua, lasciando dietro di sè una V che si allarga sempre più fino a scomparire. Sembra essere stata progettata dal più bravo ingegnere per raggiungere la sua massima efficienza nel nuoto, eppure non è un pesce, caccia sott’acqua ma è un mammifero. La lontra è sicuramente la regina dei fiumi. Lontra Il suo nome scientifico è Lutra lutra e appartiene alla stessa famiglia del tasso, della martora e della faina: quella dei mustelidi. E’ di colore bruno sul dorso, nocciola sul ventre e biancastro sulla gola e sul petto. Il pelo, impermeabile e con un’altissima densità di peli (20.000 per centimetro quadrato), è formato da due strati che, trattenendo aria, garantiscono alla lontra un ottimo isolamento termico anche nei periodi più freddi. La lontra possiede una vista ottima e, grazie alle lunghe vibrisse sul muso, riesce a cacciare anche nell’acqua torbida. La coda funge da propulsore per il nuoto e i piedi sono palmati. Sott’acqua le orecchie e le narici si chiudono ermeticamente. Il suo peso può raggiungere i 15 chilogrammi. La sua dieta è composta da pesci, rane, granchi, piccoli mammiferi e uccelli. Le impronte della lontra sono facilmente riconoscibili: cinque (spesso solo quattro) dita allungate a forma di goccia per la presenza delle unghie e due cuscinetti plantari, di forma trilobata, con uno più allungato nei piedi posteriori. Le feci, di forma cilindrica, vengono chiamate spraint. Il termine deriva dal latino e significa esprimersi, infatti, grazie ad esse, sono capaci di comunicare il proprio sesso, lo stato riproduttivo ed eventuali parentele. Al loro interno sono ben visibili squame e lische unite da una matrice di colore verde scuro, se fresche. Impronta della lontra Pista lasciata sulla sabbia Proprio la sua ottima abilità nella pesca, insieme alle caratteristiche della pelliccia, sono state la causa del suo forte declino. Dai pescatori veniva vista come un nemico che sottraeva loro il pesce e per questo fortemente cacciata. In Germania la pelliccia veniva usata per produrre mantelli e cappelli, in Mongolia e nell’Europa orientale era tra le pelli preferite e ,con i peli della sua coda, i pittori ottenevano i pennelli. Daniele Zovi nel libro intitolato “Italia Selvatica” ci racconta come “la sua carne, come quella del castoro, fu considerata adatta alla dieta dei monaci dei conventi anche nei giorni di astinenza e in quaresima, e questo costituì un ulteriore stimolo alla sua caccia”. L’inquinamento delle acque, la costruzione di canali e la diminuzione della vegetazione ripariale hanno poi fatto il resto. Oggi la lontra è considerata in pericolo dalla I.U.C.N. (Unione Mondiale per la Conservazione delle Natura), compare tra le specie severamente protette nella Convenzione di Berna e tra quelle di interesse comunitario nella Direttiva Habitat. Seppure difficile da vedere, la lontra frequenta abitualmente i canali del Bosco Pantano, per questo motivo è necessario il mantenimento della vegetazione ripariale. Gli interventi del Consorzio di Bonifica e la conseguente rimozione di tutta la vegetazione dai canali artificiali sono considerati dalla Regione Basilicata “tra i fattori che possono influenzare negativamente la conservazione delle specie” (Rete Natura 2000). Cattura di una rana alle primissime luci dell’alba [...] Continua a leggere…
Dicembre 3, 2023Lo sparviero e il colombaccio Che si tratti di un’orma nel fango, di un aculeo perso per strada o di alcune feci, gli animali selvatici lasciano sempre delle tracce. Alcune non siamo in grado di percepirle, altre però sono ben visibili. I sentieri del bosco sono come le pagine di un libro aperto capace di raccontarci la vita al suo interno. Spesso ci si imbatte in alcune penne isolate, a volte però ci si trova davanti a numerose penne e piume raccolte in uno spazio di poche decine di centimetri come in questo caso. Osservando questa scena possiamo capire a chi appartengono le penne, cosa è successo e chi è l’artefice. I colori e la loro geometria ci permettono di risalire al proprietario: il colombaccio. Non è difficile avvistarlo o sentirne il rumore delle ali quando spicca il volo. E’ un uccello che appartiene alla stessa famiglia (Columbidae) del piccione che vediamo nelle nostre città, infatti sono molto simili. Può raggiungere un peso di mezzo chilo ed un’apertura alare di 80 centimetri. Il petto è di colore rosa e presenta delle macchie bianche sul colllo. Le ali e la coda, invece, sono scure e di colore grigio e nero. Le timoniere (le ultime penne della coda) e le remiganti (le più esterne delle ali) presentano tre diverse fasce che possono direttamente sfumare dal grigio al nero o essere intervallate, al centro, da una più chiara. Si nutre di piccoli invertebrati, semi e frutti. Il fatto che il rachide e il calamo (le parti longitudinale e centrale della penna) sono integri, ci permette di capire che il colombaccio è stato predato sicuramente da un uccello e non da un mammifero. Questo colombaccio sarà sceso a terra per bere ad una pozza d’acqua o per cibarsi, incosapevole del fatto che qualcuno lo stava osservando. Sul ramo di un albero uno sparviero, un rapace diurno, da tempo aspettava un’occasione del genere. Spicca il volo e in pochi secondi raggiunge, afferra la sua preda e la trasporta in un luogo tranquillo dove può spiumarla. Inizia a togliere, uno dopo l’altro, ciuffi di penne e piume. Consuma per primi i muscoli del petto, per poi passare al resto. Il suo becco dentellato gli permette di frantumare le ossa che abbandona poi sul terreno. Alla fine del pasto, al netto del passaggio di altri animali, saranno visibili solamente le penne, le ossa delle ali, il becco, le zampe e poco altro. Colombaccio Sparviero Lo sparviero è un rapace diurno. Il suo peso può raggungere i 200 grammi e ha un’apertura alare frai 50 e i 70 centimetri. La testa e il dorso sono di colore bruno o grigio. Il maschio è facilmente distinguibile dalla femmina grazie alla colorazione del petto rosso-arancio acceso. La femmina, come nella maggior parte dei rapaci, è più grande rispetto al maschio ed ha sottili bande bianche e grigie sul petto. Si nutre di uccelli e piccoli mammiferi. Quando è in cerca di una preda può appostarsi su un ramo e rimanere in attesa, o cercarla attivamente volando anche poco distante dal suolo. Penne di colombaccio Un becco fra i resti della preda [...] Continua a leggere…